di Giuseppe Longo

Ma chi l’avrebbe detto, fino a non molti anni fa, che il taglio del fieno con la falce sarebbe diventato un richiamo turistico?
E invece è proprio così, considerando le feste e dimostrazioni pratiche che si fanno per “rievocare” questo semplice, direi umile, lavoro in campagna.
Anche perché fra gli stessi contadini – o meglio agricoltori, per essere più moderni – l’uso della falce praticamente non esiste più, e se hanno ancora questo attrezzo che ha fatto la storia dei nostri paesi, soprattutto di montagna, è arrugginito e abbandonato in qualche angolo, sotto un portico o una tettoia. In una parola: dimenticato!
A chi oggi è bambino o ragazzo la falce da fieno – ma c’era anche quella “messoria” per il taglio del frumento e di altri cereali, un tempo molto più frequenti in Friuli, perché oggi soppiantati ovunque da mais e soia – non dice nulla, anzi vederla all’opera in una manifestazione rievocativa accende la loro curiosità.

E invece chi ha un po’ d’anni, come me, ricorda benissimo, quando le falciatrici in un paese si contavano sulle dita di una mano, quelle levatacce fatte alle quattro-cinque del mattino dagli uomini per recarsi sul prato  “a seà”, a cominciare lo sfalcio.
Portavano con sè anche “lis batadoris”, cioè martello e una sorta di piccolo incudine su cui appoggiare la falce, smontata dal “falcjar”, cioè il supporto-impugnatura di legno, quando non tagliava più (deformata dai sassi) per batterla e rifarle il filo.
E ovviamente aveva la indispensabile “côt” (dal francese côté, pietra abrasiva naturale da affilatura di forma piatta-affusolata), inserita nel “codar” (un corno di bovino appeso alla cintura) contenente mezzo bicchiere d’acqua con un po’ di aceto, per affilare la falce spesso perché l’erba, specie se è già allo stato maturo proprio per dare origine al fieno, consuma l’affilatura più di quel che si creda.
E così avanti per ore, ristorando i sudori soltanto con abbondanti bevute d’acqua, portata appresso o che era facile trovare nelle piccole sorgenti, purissime, frequenti in campagna.
Era bello vedere il risultato del lavoro del “seator” – il falciatore, appunto – perché l’erba tagliata disegnava sul prato quasi delle forme geometriche perfette che poi le donne di casa, quando arrivavano col cesto della colazione, distruggevano puntualmente perché dovevano “spandi”, cioè quel fieno verde, appena tagliato, doveva essere ben disteso, sparpagliato, su tutta la superficie – quello che non serve fare oggi tagliandolo con le falciatrici – affinché il sole potesse seccarlo nel minor tempo possibile per poi poterlo raccogliere nel pomeriggio e farne dei piccoli covoni nel caso fossero arrivati
temporali che d’estate, specialmente in montagna, sono quasi quotidiani.
Poi, l’indomani, bisognava riaprire e spargere di nuovo il fieno sul prato per fargli prendere un’ultima scottata, rigirarlo nel primo pomeriggio quando il sole picchia forte e al tramonto raccoglierlo per portarlo a casa o sistemarlo in covoni più grandi, la “mede” con palo centrale, “medili”, per il suo sostegno.


il tradizionale taglio del fieno con le falci sui prati del monte Zoncolan durante
la rievocazione di “Fasin la mede” che dà appuntamento a domenica 29 luglio.
(Fotoarchivio Studio Agorà)

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Mi sono tornati in mente questi simpatici ricordi dell’infanzia – e ho voluto comunicarli al lettore di oggi che, ovviamente, certe cose non può sapere – perché tra oggi e domani nelle Valli del Natisone, esattamente sui prati della Kamenica in quel di Tribil Inferiore, piccola borgata di Stregna sulla strada che sale verso Castelmonte – “Madone di Mont” in friulano, “Stara Gora” in sloveno -, sono proprio al lavoro i falciatori, “armati” appunto di “falcet” e “batadoris”, per tagliare il fieno e dare dimostrazione pratica di come avveniva questo lavoro nelle nostre campagne.
Domani, seguiranno le altre operazioni, quelle che ho richiamato prima, riguardanti l’essiccazione del foraggio destinato ad alimentare le mucche durante l’inverno, trasferendo nel latte sapori e aromi delle tante specie di erbe che vivono nei prati stabili.
E una manifestazione analoga, indubbiamente anche più famosa, è quella che ogni anno dà appuntamento sul monte Zoncolan – sì, avete letto bene, quello del Giro d’Italia -, dove si
rinnova, durante una festa davvero originale, il rito di “Fasin la mede”.
Ma di questo ne riparleremo a suo tempo.
Oggi mi pareva bello aprire i cassetti della memoria e tirare fuori questi ricordi che fanno parte della storia di questo Friuli, quando non c’erano tutte le macchine che ci sono oggi, a cominciare dai comunissimi decespugliatori presenti praticamente in ogni casa circondata da un po’ di giardino, ma che vengono utilizzati efficacemente anche nei vigneti più in pendenza, i “roncs”, delle colline – penso a quelli di Ramandolo, tanto per restare nei miei paesi -, per continuare con falciatrici evolute semoventi o barre falcianti rette dai trattori.
Per non parlare poi delle altre attrezzature, sempre meccaniche, per lo spargimento e la raccolta del fieno.
Utilissime, peraltro, perché sopperiscono a una mancanza di manodopera che in campagna è ormai cronica.
E quindi niente da obiettare contro i moderni ausili di lavorazione, tutt’altro.
Ma questo non toglie che ci faccia bene ricordare qualcosa del nostro passato, con un velo di nostalgia, ma non troppa, perché quelli erano anni certamente più duri.
Come ricordano oggi e domani a Tribil e fra quindici giorni sullo Zoncolan.
Offrendo, come dicevo, anche un richiamo turistico, curioso e interessante, per chi non ha mai visto questi lavori.
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in copertina ed a seguire:  Falce, forca e rastrello e gli indispensabili  “côt” e “codar”…
i classici attrezzi della fienagione.
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