di Giuseppe Longo

Quando, giovedì, l’ho vista sul tg di Raitre non volevo credere ai miei occhi: Giannola Nonino 80 anni. Ma come, mi son detto, ne dimostra almeno dieci di meno. Anche perché la “regina della grappa”, quella che ha saputo sdoganare un distillato umile, da sottoprodotti della vinificazione, ma utile per contrastare nelle campagne friulane il freddo che una volta era veramente tale, ha ancora una grinta inossidabile, quella che avevo conosciuto più di quarant’anni fa. Quando nacque il “Premio Nonino Risit d’aur” per salvare i vitigni che stavano scomparendo – obiettivo felicemente raggiunto in pochi anni -, al quale si è abbinata, poco dopo, la sezione letteraria facendo volare il riconoscimento a livello mondiale.

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Luigi Veronelli assaggia le grappe monovitigno appena distillate.
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Ebbene, aprendo i cassetti della memoria, ricordo come oggi quel 1975 quando Giannola Nonino ebbe l’intuito – e come impareggiabile alleato aveva Luigi Veronelli, innamorato del Friuli della vite e del vino – di dare vita proprio a un riconoscimento che fosse un incentivo a recuperare e quindi a conservare un patrimonio ampelografico un tempo ricco dei nostri vigneti e che inesorabilmente stava scomparendo, vittima anche di norme troppo rigide che avevano escluso quei vitigni dall’elenco di quelli ammessi o raccomandati alla coltivazione nella provincia di Udine. Giannola e Benito Nonino, appena incamminati nell’affascinante percorso delle grappe monovitigno da antiche varietà autoctone friulane, si accorsero infatti che le vinacce di Ribolla, Schioppettino, Tazzelenghe e Pignolo erano quasi introvabili essendo i rispettivi vigneti pressoché in via d’estinzione.
Da pochi mesi, ventenne, fresco di diploma all’Istituto agrario di Cividale, facevo parte del piccolo team di tecnici che allora aveva il Centro regionale per il potenziamento della viticoltura e l’enologia del Friuli Venezia Giulia, quell’ente creato grazie alla famosa legge regionale 29 del 1967 per la valorizzazione e il rilancio delle colture pregiate – tra cui appunto la vite – che ebbe il pregio di innescare un vero e proprio “rinascimento” del vino friulano che, sotto la spinta illuminata di Antonio Comelli, allora assessore all’Agricoltura, sarebbe diventato l’alfiere di quella indovinata pagina promozionale sulle riviste specializzate, e creata proprio in via del Sale, che aveva per motto “Un Vigneto chiamato Friuli”. Oggi semplificato in “Vigneto Fvg”.

Il Centro vitivinicolo, dalla sua fondazione, era presieduto e diretto da due indimenticabili figure della vite e del vino nella “piccola patria”: Orfeo Salvador ed Ennio Nussi. E proprio in loro Giannola Nonino trovò fin dai primi momenti la “spalla” convinta per dar vita al suo progetto. Ricordo le telefonate quasi giornaliere che prendevo e passavo al direttore. Inconfondibile quella voce squillante, ieri come oggi: “Bondì, selo il dotor Nussi?”. E le frequenti visite che Giannola faceva proprio negli uffici che davano su “piazza del Pollame”, con la sua esuberanza, animata da tanta voglia di fare, e simpatia per avere proprio da Nussi quella saggia consulenza che si rivelò preziosa nel gettare le fondamenta del Premio, che vide la luce il 29 novembre 1975. L’obiettivo era ambizioso e, come hanno dimostrato i fatti, è andato perfettamente a segno: assegnando al vignaiolo che avesse messo “a dimora – ricorda Claudio Fabbro, memoria storica del Friuli enologico – il miglior impianto di uno o più di questi vitigni anche se di proporzioni limitate”, si voleva innescare una parallela procedura burocratica “allo scopo di farli ufficialmente riconoscere dagli organi nazionali e comunitari”.
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Orfeo Salvador, presidente del Centro vitivinicolo, è il primo a sinistra.
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E i primi destinatari, del “Premio Nonino Risit d’aur” appena un anno dopo furono i coniugi Dina e Paolo Rapuzzi dell’azienda Ronchi di Cialla per aver piantato coraggiosamente un vigneto di Schioppettino, quello che oggi è il rosso leader di Prepotto. Inoltre, il Premio fu conferito a Guido Poggi per l’ampelografia sui vitigni autoctoni friulani e ad Angelo Nassig per la ricerca sugli stessi vitigni. Riconoscimenti furono attribuiti anche all’azienda Conti Florio di Buttrio per il Tazzelenghe e alla Conti Trento di Dolegnano ancora per lo Schioppettino e il Pignolo. Parimenti, venne istituita anche una borsa di studio da assegnare alla migliore ricerca, di carattere sia tecnico sia storico, relativa proprio ai già ricordati vitigni Ribolla gialla, Schioppettino, Pignolo e Tazzelenghe.

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Paolo e Dina Rapuzzi: a loro il primo “Premio Nonino Risit d’aur”.
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Ricordo ancora che la prima giuria era composta dal citato Luigi Veronelli, Orfeo Salvador (presidente, appunto, del Centro regionale per la viticoltura e l’enologia del Friuli Venezia Giulia), Antonio Calò (direttore dell’Istituto sperimentale per la viticoltura di Conegliano), Ruggero Forti (presidente nazionale e regionale dei vivaisti, nonché direttore dei Vivai cooperativi di Rauscedo), Amelio Tubaro (direttore della produzione agricola dell’assessorato regionale all’Agricoltura) ed Ennio Nussi (direttore dello stesso Centro regionale vitivinicolo di Udine). Tantissimi i premiati in questi quarant’anni e passa: basta scorrere gli elenchi conservati dalla distilleria di Percoto o dallo stesso Claudio Fabbro nei suoi innumerevoli articoli.
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Ecco un grappolo di Schioppettino in una bella foto di Lisio Plozner.
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Mi piace, però, in questa sede – permettetemelo – soffermarmi anche su un ricordo autobiografico. Nella tradizionale festa di fine gennaio dell’ormai lontano 1992, nella mia qualità di sindaco di Nimis, ero presente assieme all’allora presidente della Cooperativa agricola di Ramandolo, Dario Coos, alla consegna del “Risit d’aur” assegnato proprio a questo grande vino dell’estremo lembo settentrionale dei Colli orientali del Friuli, per la tutela del quale il mio Comune e la stessa Cooperativa, con il sostegno della Comunità montana Valli del Torre e di Orfeo Salvador, al tempo componente del Comitato nazionale vini Doc del Ministero dell’Agricoltura, si impegnarono tenacemente, raggiungendo dapprima l’obiettivo della Doc con il nome della località geografica – in pratica il “Cru”, per dirla con i francesi – della piccola borgata sul monte Bernadia e più tardi addirittura la Docg, primo riconoscimento assoluto in Friuli Venezia Giulia. Questa la motivazione ufficiale: “Al Consorzio per la Tutela del Ramandolo, per la difesa di una varietà di vini unica al mondo, per la protezione di un piccolo territorio e di piccoli viticoltori, la cui sola risorsa è, era e sarà il Verduzzo di Ramandolo, ora, in onore della sua reputazione, chiamata proprio “Ramandolo””. Nel contempo, la giuria volle “premiare e allo stesso tempo indicare come un esempio per tutti, la prima, vera nascita di un Cru completamente friulano”.
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Uno scorcio dei vigneti di Ramandolo che danno l’omonimo vino Docg.
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Quindi anch’io, assieme ai vignaioli di Ramandolo e di Nimis, ho un motivo per essere grato a Giannola Nonino. Come lo hanno i viticoltori friulani che oggi possono coltivare tranquillamente e con orgoglio quegli splendidi vitigni che rispondono ai nomi di Ribolla gialla, Schioppettino, Pignolo e Tazzelenghe. E che a Giannola mandano i loro auguri – ovviamente unisco anche i miei – per i suoi meravigliosi 80 anni, ma anche per quanto ha fatto e ancora farà per questo nostro piccolo, grande Friuli.
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In copertina, Giannola Nonino con il marito Benito e le figlie in una bellissima foto d’archivio come le altre che pubblichiamo.
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